venerdì 7 febbraio 2014

Thom Yorke, un'auto-intervista

Thom Yorke è un uomo difficile da definire. Come il contrasto tra il suo occhio leggermente assopito e l’altro ben aperto, c’è un conflitto nella sua personalità. Un lato si scruta all’interno, l’altro guarda fuori per cercare le risposte al mondo esterno.

THOM: Ma insomma, tu non ti fai mai una risata?
THOM: Quando qualcuno mi mette un microfono davanti, divento serio, perché voglio espellere questi rumori dalla mia testa. A casa ho un senso dell’umorismo molto puerile ed ingenuo. Le persone che mi fanno ridere di più sono Jonny e Ed: ci conosciamo dall’età di 15 anni, come potremmo non metterci in ridicolo l’un l’altro? E’ come quando sei un bambino, nessuna differenza.

THOM: Questa è una citazione, ma secondo me ti calza a pennello: “La storia dei nostri tempi ricorda quei personaggi di Walt Disney che corrono all’impazzata fino all’orlo dello strapiombo, senza vederlo. La forza dell’immaginazione li tiene sospesi a mezz’aria, ma appena guardano in basso e vedono dove si trovano, cadono”.
THOM: Mi chiedi se sto guardando giù? Non credo. Capisco il paragone, però, la storia del cartone animato e l’espressione sul viso quando si guarda in basso. Suppongo si tratti della sospensione dovuta allo scetticismo, e che vuoi chiedermi “Cosa stai facendo?”. Posso capirlo, ma è meglio che lavorare come pubblicitario, come voleva mio padre. E forse sto guardando in basso, ma non cado.

THOM: Ma altra gente nella tua posizione lo fa. Perché tu dovresti essere differente?
THOM: Non dico che io sia affatto differente. Mi preoccupo solo di perdere tutto questo, anzi, spendo gran parte di ogni maledetto giorno preoccupandomi di perderlo. Ho anche dovuto smettere di dire parolacce, perché una donna mi ha scritto dicendomi che ama la mia musica, ma ha 50 anni, e non le piace che dica parolacce! (ride).

THOM: Davvero? Interessante. E’ veramente interessante che ti preoccupi di questo. E’ un po’ patetico, no? Carino con tutti, sempre sorridente, strette di mano, preoccupato delle spreco nelle confezioni dei prodotti, che qualcuno ti entri in casa mentre dormi, di non rispondere alle lettere dei fans, di cosa dire alla gente importante o sul palco al tuo pubblico. Sei buono solo a preoccuparti, spendi metà della tua vita a farlo. Dovresti finalmente liberarti di tutto questo, goderti la vita, succhiarla. Tutte queste persone che ti apprezzano, è quello che hai sempre desiderato.
THOM: Non sapevo cosa volevo. Credo che nessuno lo sappia. Abbiamo fatto uno show a Los Angeles, un programma radiofonico natalizio. Pensavamo che lo avremmo odiato, ma ci andammo, e tutti i presenti, come Lenny Kravitz e gli Oasis, ci parlavano e ci dicevano “Hey, sai che mi piace molto quella canzone” o qualcosa del genere, e noi “Ehm, grazie molte!”. Ed era come essere alla tua festa di compleanno, dove non conosci nessuno, ma tutti sanno che è la tua festa. La cosa però andò un po’ fuori controllo, perché tutta la gente presente – tranne alcuni come Lenny e gli Oasis, che rispettiamo – era lì solo per farsi vedere, e qualcuno mi ha detto che molti di loro erano pieni di coca, e paranoici. In particolare, una ex-celebrità di cui non faccio il nome, era pronta a prendermi a pugni e mi impartì una lezione su come comportarmi con lui, perché venne da me e mi disse: “Hey amico, mi piaci veramente, l’album è grande, sai? Vorremmo fare musica come la tua”, ma io parlavo con qualcun altro, ignorandolo e pensando “Non mi impressioni”. Non che volessi fare il difficile, è solo che non mi andava di parlare con un’altra persona solo perché è una celebrità, un’ex-celebrità, nel suo caso. Mi dispiace, ma non sono abituato ad andare a questi fottuti party e parlare con altra gente famosa.
Quella volta lo feci per amore degli altri ragazzi della band, e mi sono fatto violenza, non ho aperto bocca per tutta la serata. E c’era questa famosa modella, e l’ho snobbata, perché a quel punto stavo veramente uscendo di testa. Ma non avrei potuto parlarle comunque, non ero in grado di comunicare se non con chi conoscevo veramente. Credo che l’interesse per questi personaggi sia oramai svanito, ma devo aver fatto la figura del bambino imbronciato che ha avuto una gran festa di compleanno ma non ha ricevuto il regalo che desiderava, e qualcuno avrebbe dovuto prenderlo a schiaffi. E quel tizio infatti era pronto a farlo.

THOM: OK, una domanda scontata. Perché volevi diventare famoso, allora?
THOM: Perché volevo incontrare i R.E.M ed Elvis Costello (ride) ed ora l’ho fatto. In realtà abbiamo cominciato a registrare nastri quando eravamo molto giovani. Prima io da solo, quindi con Jonny, ed infine con gli altri. E li suonavamo alla gente, e a loro piacevano, se li portavano a casa e li ascoltavano davvero, e questo era ciò che mi piaceva. Oppure ero ad una festa, e qualcuno mi dava una chitarra e cantavo una canzone. Questo quando avevamo 15 o 16 anni, ed era la prima volta che trovavo qualcosa che mi piacesse veramente: suppongo che mi piacesse attirare l’attenzione, così volevo essere famoso. Volevo l’attenzione. Che c’è di sbagliato? Ma c’è anche qualcos’altro di seriamente dannoso, nel gioco.

THOM: Non mi hai risposto alla domanda. Hai detto “Volevo essere amato”. Ma non è la sola vera fottuta ragione, no? 
THOM: No, infatti. Ehm…altre ragioni per essere famosi…credo che questo argomento sia maledettamente noioso. Non c’è motivo di continuare, davvero. La mia risposta preferita è “Perché così sempre più gente può conoscere quello che suoniamo”, ma sarei bugiardo, e gli altri membri della band concorderebbero. Il fatto è che quando cominciammo, eravamo così naif, e credo che lo siamo ancora, ma mentre prima cercavo di nasconderlo, ora ne sono orgoglioso, perché la cosa più offensiva riguardo al music business o i media in generale è il livello di cinismo, e il fatto che si creda di poter mettere in giro la peggiore merda trita e ritrita senza cuore sicuri che la gente la comprerà. E la gente la compra, così io ho torto, e loro ragione. Per finire, quando mi deprimo per questo, gli altri mi tirano sempre su. E non succede solo a me…voglio dire, sto facendo questa intervista da solo perché credo sia una buona idea, perché non sono così abile a confrontarmi quotidianamente con la stampa, come molti altri nella mia posizione, perché diventano molto gelosi dell’immagine che la gente può farsi di loro.
Io non ci tengo così tanto, ma sono permaloso a proposito della roba offensiva che la gente scrive, e me la prendo per i titoli come quello dell’articolo del NME “Thom’s Temper Tantum” (“L’attacco d’ira di Thom”). E’ successo un po’ di tempo fa, prima di Natale. Secondo loro, ho avuto un raptus in Germania, e ho lasciato il palco senza che nessuno capisse cosa stava succedendo, e tutti erano infuriati, ed il pubblico voleva indietro i soldi. L’articolo diceva questo, ed era roba di seconda o terza mano. Quello che è successo veramente quella notte, è che ero stato molto, molto male per un periodo e non sapevo se ero in grado o meno di farcela. Diventa molto difficile capirlo, durante un tour, perché arrivi ad un punto in cui devi per forza tirare avanti. Non importa quanto sei malato, devi comunque andare sul palco, e questo dopo un po’ ti fotte la testa sicuramente. Quando provai al soundcheck mi preoccupai veramente, perché non potevo cantare nulla. E quando venne lo show, la gente aveva guidato centinaia di miglia per vederci, nevicava, e la neve era profonda tre o quattro piedi, e pensai: “Non posso in alcun modo tirarmi indietro, questa gente ha viaggiato così a lungo”. Così salii sul palco, pensando che in fondo sarebbe andata bene, ma dopo tre pezzi persi completamente la voce, gracchiavo, e uscii fottutamente di testa. Ho un ricordo appannato, e non so bene cosa successe. Lanciai quel che avevo attorno, l’amplificatore, la batteria e finii con la faccia e le cose sporche di sangue. In seguito piansi per un paio d’ore. Voglio che la gente sappia cosa è successo quella notte. Sono sicuro che a nessuno importi un cazzo, e che al NME non importi un cazzo, ma ciò che hanno scritto in quel pezzo mi ha ferito più di qualsiasi altra cosa chiunque abbia scritto su di me.

THOM: Credo che tu abbia detto abbastanza riguardo alle stronzate a cui tieni. Pare che tu sia un laureato alla scuola di manipolazione dei media di Sinead O’Connor…non credi sia ora di crescere un po’? Battere i tuoi piccoli piedi è piuttosto ridicolo in queste circostanze, non credi?
THOM: Credo che abbia molto a che fare con l’espressione della mia faccia. La gente nasce con certe facce, come mio padre, che è nato con una faccia che la gente prenderebbe a schiaffi (ride). Batto i piedi per la frustrazione, è vero, ma non lo faccio più così spesso ora, perché credo abbiamo più controllo su quello che succede.

THOM: Credi che la gente che leggerà interpreterà questa tua frustrazione come vittimismo?
THOM: Credo che la sola ragione per cui sono in grado di pensarla così è che siamo stati fuori dal giro per lungo tempo, ed io sono stato a casa abbastanza a lungo per vedere molte cose per quello che sono. Quello che mi preoccupa di più è il fatto che la gente mi guardi e pensi che io sia tutto ciò su cui si focalizzano. Che la gente mi guardi e creda di vedere una competa esistenza. Quello che mi fotte la testa è che in fondo si aspettino da me che io interpreti questo tipo di pop star, che vedano un’esistenza del tipo: “wow, questo fottuto bastardo fortunato, ha avuto tutto dalla vita”. Ciò che mi spaventa è l’idea che quello che i Radiohead fanno sia impacchettato e spedito alla gente in forma di intrattenimento, per essere suonato nell’autoradio quando si va al lavoro. Non è il motivo per cui ho iniziato, ma in fondo dovrei solo farla finita di lamentarmi, perché è musica pop e niente di più. Ma mi sono avvicinato alla musica perché pensavo ingenuamente che la musica pop fosse rimasta l’unica forma d’arte vitale rimasta, perché il mondo dell’arte è guidato da poche privilegiate persone, è corrotto e sterile. Credevo che l’industria della musica pop fosse differente, ma avevo maledettamente torto. Sono stato alla cerimonia dei British Awards, ed ho visto che dovunque è la stessa cosa: un sacco di donne preoccupate del loro vestito da cocktail ed altrettanti uomini con cravatte nere che in fondo non volevano essere lì, ma dovevano. Ero anch’io lì, e stavamo tutti interpretando la stessa parte. Tutti i miei artisti preferiti sembrano non essere mai coinvolti nell’industria, ed io mi ci sono trovato coinvolto, così ho provato vergogna ad essere lì.

THOM: Ho l’impressione che tu stia girando in una spirale che va a stringersi progressivamente.
THOM: Sì, sono d’accordo. Non se se qualcun altro stia provando questa sensazione, Quando cammini per la strada e catturi il tuo riflesso su qualcosa, il finestrino di un’auto o una vetrina, vedi la tua faccia e pensi: “Chi è quello?”. Capisci, “Quello non sono io, non rappresenta chi sono io”. E credo di aver scoperto di recente qual è il problema, ed è la sensazione di trovarsi essenzialmente in una stanza piena di specchi. Puoi frantumare ciascuna immagine riflessa, ma in fondo è tutto vano, perché sei in trappola, e ti ci sei cacciato da solo. Mi sono infine reso conto che il fottuto problema è in effetti proprio il preoccuparsi di questo. E’ il fatto di dire: “No, questo sono io, non quello!”, ed essere geloso di ciò che sei, perché ora ho capito che tutti cambiamo continuamente. Credo che la cosa più dannosa per un essere umano sia sentire di doversi comportare in un certo modo perché altra gente se lo aspetta da te, o sentire di dover pensare in un certo modo, perché così succede che la tua mente si metta a girare a spirale. Mi sono veramente spaventato l’altro giorno, perché stavo parlando a Jonny mentre eravamo in studio di quando una mattina mi sono svegliato scoprendo che durante la notte, in un sogno o qualcosa di simile, la mia mente stava girando in tondo, come in una trappola. Come se stesse girando, girando e rigirando in tondo. Erano come quattro o cinque parole che ruotavano attorno nella mia testa e la cosa è andata avanti per circa un’ora, e non potevo fermarla. E Jonny disse di aver provato la stessa cosa. Era andato in Israele con sua moglie dopo un tour ed era appena uscito dalla vasca da bagno, prendendo un asciugamano. Quindi, appena posato l’asciugamano sul pavimento, rimase in piedi completamente terrorizzato per mezz’ora, perché c’erano così tanti posti diversi su cui posare l’asciugamano. Rimase paralizzato e veramente, veramente impaurito, perché la sua mente si era intrappolata, e non riusciva a sbloccarsi. Così mi spavento per la mia mente che gira a spirale, ma penso sia solo perché sono costantemente consapevole della mia immagine riflessa, e sento che è una cosa nociva. E mi dispiace per chiunque cominci effettivamente a credere al proprio riflesso, perché a me è successo. Che coglione!

THOM: Beh, credo che ti stia veramente comportando con poca onestà. Credo tu sia uno stronzetto come ogni altro ragazzino narcisista in una pop band. Il tuo particolare ruolo nella vita è quello dell’artista torturato, una maschera che francamente si sta già rivelando logora. E ora di rallegrarsi un po’.
THOM: Hai ragione. Cercherò di essere più solare. Al momento sono realmente eccitato pensando a ciò che potremmo fare, ma altrettanto, diciamo al 50 per cento del tempo, penso quanto sia vicino ad essere completamente banale. Suppongo sia quello che succede normalmente. La cosa migliore per noi è semplicemente continuare senza preoccuparsi di ciò che penserà la gente. La cosa che ci paralizzava nei primi due o tre mesi di registrazione di The Bends era proprio questo. Eravamo paralizzati dal pensare cosa eravamo supposti essere. E’ piuttosto difficile non amare l’attenzione. Ed entrai in una fase in cui andavo spesso a Londra ai party, e cose del genere. Parte di me voleva veramente farlo, voleva uscire e in qualche modo crogiolarsi in questo fottuto fulgore che pareva uscirmi dal culo, o qualunque cosa fosse, ma sai… Forse avrei dovuto farlo, ma non è cosa per me, ecco tutto. Non sono bravo a prendere complimenti, ma lo faccio. Credo sia soprattutto perché la gente ci ha messo dentro tutto questo peso e questa enfasi fino al punto di darti fastidio. Il motivo per cui ora sono fiero che la gente abbia apprezzato The Bends è il sapere quanto sia stato difficile da creare. Un disco è il documento di un periodo di tempo, e quello fu un periodo difficile, ed il fatto che alla gente piace veramente mi rende molto orgoglioso. Non mi importa certo chi vinca i Brit Awards, perché non importa a nessun altro.

THOM: Ho la sensazione che tu stia disperatamente cercando qualcosa contro cui combattere.
THOM: Non sono venuto qui per essere attaccato da te. Vai a farti fottere, ok? (ride)

THOM: Non mi stupisco che tu non parli molto: non sembri avere molto da dire, Thom.
THOM: Non credo di averne, infatti.

THOM: Ti piace ubriacarti in solitudine, allora, Thom?
THOM: Alcune cose se ne vanno, e mi piace, perché c’è una sorta di conforto in questo. Sei fuori di testa e sei da solo, ma sei un po’ alleggerito. Credo di avere qualche domanda per te, ora. Sei tu quello che mi sta provocando. Perché mi segui attorno dovunque?

THOM: Cosa intendi con seguirti attorno? Sono solo un’altra voce nel registratore a nastro, parte dell’intervista. E poi cosa vuol dire seguirti attorno?
THOM: Sai cosa intendo. Perché mi fai fare questa roba? Perché mi fai ferire la gente?

THOM: Ora mi ricordi un personaggio poco credibile tipo serial killer alla John Hurt
THOM: Non intendo ferire la gente, si dice di me che perda le staffe, e credo sia a causa della tua presenza attorno.

THOM: Credo ti stia inventando una storia per giustificare convenientemente la tua maleducazione.
THOM: Hai sempre una fottuta risposta, vero? Ha sempre una cazzo di risposta, tu.

THOM: Penso che questo suoni troppo come un thriller di serie B degli anni ’80, o qualcosa di simile. Ti stai sforzando di creare una qualche sorta di maschera, di persona. In ogni caso, non credo che questa sia davvero di pubblico dominio, non è vero?
THOM: No, non lo è, ma intanto questa è la prima volta che abbia mai parlato con te.

THOM: No, non è vero. Sono cazzate.
THOM: Ognuno di noi ha lati differenti, e perlomeno non nuoccio a nessuno. Eccetto forse i pesci nel laghetto. Credo che la casa possa essere infestata. Ti racconto dei pesci. Era il periodo di Natale, ed ho comprato questa casa, e c’erano due stupendi pesci orientali che vivevano in un laghetto in fondo al giardino, e la mia metà se ne era andata per alcuni giorni, ed una delle cose che mi scrisse su un biglietto era “curati dei pesci”, perché in quel periodo il ghiaccio e la neve coprivano il suolo. La neve era profonda circa due piedi, qualcosa di assurdo. Ora, ho lasciato morire questi pesci, perché non volevo saperne di essere fottutamente infastidito a prendere la roba, scendere in fondo al giardino e fare un piccolo buco nel ghiaccio per tenerli in vita. Così, quando alla fine mi ricordai che erano lì, li vidi pancia all’aria nel ghiaccio, ed uno di loro era…aveva la sua piccola bocca proprio accanto all’ultimo buco che era stato fatto nel ghiaccio. Un ultimo tentativo disperato di respirare, ed io me ne ero fottutamente disinteressato.

THOM: Povero piccolo Thom!
THOM: Tu sei lo stronzo che vuole farmi andare a letto con tutte queste donne. Ma non l’ho fatto, e non lo farò.

THOM: Ma sai bene che loro sono ancora qui.
THOM: Non credo siano affatto affari tuoi.

THOM: E invece lo sono, naturalmente.
THOM: Ok, allora, ma non credo sia affare di nessun altro.

THOM: Tutto è affare loro. E’ questo l’intero punto, Thom. Il nastro sta finendo. Hai qualcos’altro da dire in questa intervista piuttosto casuale che stiamo facendo?
THOM: Voglio dire che l’ho fatta per una ragione. Era una buona idea, perché volevo semplicemente scattare una fotografia diversa. Sai, un riflesso differente in una differente vetrina. Ma forse ho più o meno dimenticato cos’era ciò che volevo fare. Volevo che fosse una sorta di profonda esperienza psicologica. Volevo essere rinchiuso in una stanza per un giorno, ma essendo la mia vita quello che è, non potevo farlo.

THOM: Allora troviamo una domanda spiritosa per finire, ok? Dopo tutto, questo è parte dei media. Pensi che andrai mai in paradiso, Thom? O forse solo in cima alle classifiche?
THOM: Solo se riuscirò a liberarmi di te.

THOM: Assolutamente impossibile… 

giovedì 21 novembre 2013

O stupidi o niente

Trovandomi, giorni fa, in viaggio con Ponti e Lattuada, il discorso cadde sul cinema. La strada da Roma a Torino è lunga, ed era fatale che verso Grosseto si finisse col parlare di cinema, anzi di film stupidi.
«Sembra» dissi «che i film stupidi siano necessari quanto quelli intelligenti, se è vero che il film sulla canzone di Zazà è molto piaciuto al pubblico. Sotto, dunque.»
«Ma i film stupidi» disse Ponti sospirando «non sono facili a farsi come si crede, né esiste una formula sicura.»
«Oppure se esiste» aggiunse Lattuada «la formula del film stupido è certamente più inafferrabile, varia e ingannevole delle altre, come inafferrabile, vario e ingannevole è il gusto del pubblico.
Ossia: l'intelligenza è un traguardo sicuro. Parlo, naturalmente, dell'intelligenza tra virgolette, che varia con la moda. Un film psicanalitico o esistenzialista avrà tutti i caratteri dell'intelligenza, presso un certo pubblico, ma niente ci vieta di pensare che si tratti soltanto di film stupidi ben mascherati.»
Ne convenimmo. Lattuada tirò fuori dal taschino due grossi sigari e me ne offrÌ uno. Per qualche chilometro tacemmo, immersi nella felicità del fumo. Ponti guidava a grande velocità, a occhi socchiusi come se stesse continuamente sul punto di addormentarsi. Invece era sveglio e a un certo punto disse: «Ogni tanto un produttore decide di fare un film per il pubblico, di arricchire se stesso e il pubblico e crede di ottenere lo scopo invocando la stupidità. Ebbene, nella totalità dei casi, se ne pente e riesce a dimostrare una cosa sola: che lo stupido è lui, non il pubblico». Poi aggiunse: «La parola pubblico, come tanti nomi collettivi, si presta fatalmente all'equivoco. Crediamo che si tratti degli altri e invece siamo noi».
Ponti ha prodotto venti film e, tra questi, Vivere in pace, un successo mondiale. Cominciò a occuparsi di cinema con Giacomo l'idealista, che Lattuada diresse. È milanese, un uomo calmo e quasi indolente, che pare stia sempre per addormentarsi, cosa niente affatto piacevole per chi gli sta vicino quando è al volante di una macchina che va a cento miglia per le strade della Maremma. Ma Ponti è invece un grosso gatto che finge di dormire per essere lasciato in pace.
Lattuada è tutto l'opposto, sempre sveglio, direi eccessivamente sveglio. Non gli sfugge nulla. «lo sono più propenso» disse dopo un lungo silenzio «a parlare di semplicità che di stupidità. Più propenso a riconoscere nel film cosiddetto stupido, ma riuscito, un movente felice, necessario, universale.»
«L'età media dello spettatore» aggiunse Ponti «è ormai stabilita in tredici anni. Il torto è però di credere che uno spettatore di tredici anni sia meno esigente di uno spettatore di ventisei o di trentanove.»
«Certo» disse Lattuada «lo spettatore medio di tredici anni è sensibile ad una poesia semplice e risoluta.»
«Un passo indietro» dissi io «e conveniamo almeno che, a parte l'età dello spettatore, la stupidità ha un suo fascino. Si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che ci tentano maggiormente ad un esame diffuso, quasi togliendoci ogni forza di pregiudizio. L'esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario dell'uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice. L'intelligenza», aggiunsi «è una sovrapposizione, un deposito successivo: e soltanto verso quel primo stato dello spirito noi tendiamo per gravità o per convenienza».
«La stupidità…» disse Lattuada.
«Un momento» lo interruppe Ponti, improvvisamente sveglio, ma lasciando il volante. «Un momento. Quando al proprietario della... (e qui nominò un diffuso e popolarissimo settimanale), un tale fece notare che il suo periodico era troppo stupido e che sarebbe stato opportuno cambiarne il direttore, questi rispose: "Se vi sentite di farlo più stupido di cosÌ vi nomino direttore da questo momento. Ma vi avverto che non vi riuscirete".»
«Allora, se non sbaglio» dissi «la stupidità ha un limite. Oltre certi confini la mente umana si rifiuta di procedere. Ad un certo punto la Stupidità (forza attiva), diventa Idiozia (forza negativa), e non si vende più. Raggiungere quel limite, senza oltrepassarlo, è anche il segreto del Cinema.»
«Esatto» disse Ponti e chiuse gli occhi. Oltrepassata la Maremma, filavamo ormai verso Livorno.
«Ma quel limite» insisté Lattuada «ha un nome. Non mi stancherò di ripeterlo: Semplicità. E raggiungere la semplicità è non soltanto il segreto del successo, ma anche il segreto dell'arte.»
A questo punto una ruota dell'automobile si afflosciò e tutti scendemmo per cambiarla. Risalimmo e il discorso cadde su altri argomenti e fu quasi senza accorgercene che arrivammo alla torre di Calafuria. Qui un tempo bazzicavano i pirati, oggi c'è un'ottima trattoria. Lattuada volle fermarsi: «Voglio vedere» disse «cosa c'è rimasto del camion».
«Quale camion?» chiesi.
«Il camion che abbiamo fatto cadere sulle rocce, laggiù, per una scena del mio ultimo film.»
Giunti sull'orlo della strada, che è a strapiombo sul mare, invano figgemmo lo sguardo sulla scogliera. Del camion precipitato non si vedeva nemmeno un bullone.
«Forse» dissi «non è proprio questo il punto.»
«No» disse Lattuada «è questo. Il camion andò a finire laggiù, tra quegli scogli. Avevo piazzato tre operatori a riprendere la scena.» Ancora guardò la scogliera battuta dalle onde e poi sorridendo aggiunse: «Ecco, sempre a proposito di semplicità, la buona arte come la buona combinazione chimica non lascia tracce o depositi. Anche il camion è sparito, finita la sua parte.»
Dovetti convenire, e con me anche Ponti: il quale aggiunse che il camion infatti aveva recitato benissimo.



Ennio Flaiano, Bis, 6 aprile 1948

martedì 30 luglio 2013

Whatever Works 4

<< E non è l'idea della cristianità che biasimo o dell'ebraismo, o di qualsiasi altra religione. Sono i professionisti che l'hanno trasformata in un business, lì c'è un mucchio di soldi nel racket di Dio, un mucchio di soldi! Gli insegnamenti di Gesù sono una meraviglia, così come lo sono in origine le intenzioni di Karl Marx. Ok? E come possono essere male se tutti dividono equamente: non fate agli altri, democrazia, governo del popolo, tutte grandi idee, sono tutte grandi idee ma..hanno tutte quante un fatale difetto. È questo sono tutte basate sul falso concetto che l'uomo sia fondamentalmente buono e che se gli dai l'occasione di essere onesto l'afferra, che non è uno stupido, egoista, avido, codardo e miope verme. Quello che dico è che la gente rende la vita peggiore di quello che dovrebbe essere e credetemi è già un incubo senza il bisogno del suo aiuto, ma in definitiva mi dispiace dirlo, la nostra è una specie fallita >>

Whatever Works 3

<<  Boris: Aaaah Aaaah [urla]
Jessica: Che succede? Boris?
Boris: Io sto morendo.
Jessica: Che cos'hai?
Boris: Sto per, sto per morire..
Jessica: Vado a chiamare l'ambulanza?
Boris: Noo, non adesso, non stanotte, voglio dire prima o poi.
Jessica: Boris, tutti muoiono.
Boris: È inaccettabile!
Jessica: I tuoi attacchi di panico stan diventando più frequenti e più intensi. Devi ricominciare a prendere le tue medicine.
Boris: Non le riprendo le mie stramaledette medicine, non mi faccio offuscare la mente da sostanze chimiche quando sono l'unico ad avere un'esatta visione di insieme. Dove cazzo è la vodka?
Jessica: Devo incontrare dei clienti domattina, sono le quattro. Lo capisci?
Boris: Clienti certo. Facoltosi banchieri per disegnare i loro appartamenti chic, per riempirli di opere d'arte e di preziosi oggetti così possono esibire i loro soldi ed entrare nell'un percento che è al top di questa vergognosa, violenta, prevenuta, illetterata, sessualmente repressa, farisaica nazione.
Jessica: Senti sono le quattro del mattino, non puoi risparmiare questo sproloquio adolescenziale.
Boris: Io sono un uomo con un'ampia visione del mondo e sono circondato da microbi. >>

Whatever Works 2

<< È straordinario Melodie: migliaia di anni fa i popoli antichi, egiziani, romani, maya passeggiavano verso casa, proprio come noi, discutendo dove andare a cena o facendo solo chiacchiere:

"Oh sai mi sono comprato una grande casa sul Nilo, con un soggiorno, con vista sulla nuova piramide del Faraone"

"Oh il mio medico dice che le lingue di pavone fanno male al cuore"

"Oh si sono preoccupata, non riesco a mandare mio figlio ad un asilo nido azteco davvero buono..."

Già e che diavolo significa adesso? Zero. E loro credevano che fosse importante! >>


Whatever Works 1

venerdì 12 luglio 2013

Come noi mangiamo i nostri giovani...

Se la musica sta morendo, i musicisti la stanno uccidendo. I compositori sono gli unici a portarla alla decomposizione. Siamo responsabili come chiunque altro - anche se ci piacerebbe non ammetterlo. Ci attacchiamo all' "Industria", dando colpa a cose tipo la “struttura del sistema” per la nostra musica di merda - ma noi siamo gli unici a farla. Apriamo la scatola che ci hanno dato e ci saltiamo dentro, ci imballiamo all'interno, lecchiamo perfino il francobollo. Perché? Insicurezza - il bisogno di essere accettati - forse anche denaro. Non stiamo pensando alla nostra musica, solo a come appare. C'è chi preferirebbe avere la lingua calda di un critico a leccare il suo buco del culo, piuttosto che quella della sua amata. Questo gli dà un senso di validità e di potere. Egli sembra sfidare la gravità.

Forse è perché non sa cos'altro diavolo fare. Egli vede ciò che sta arrivando – ma si blocca con il panico come un cervo coi fari di una macchina. Non ridete - io l'ho fatto e probabilmente anche voi. E questo indubbiamente ha avuto effetti sulla  musica. (Ma abbiamo imparato qualcosa da ciò?) Sappiamo di essere per lo più una massa di bambini bavosi che hanno bisogno costante di carezze. Ci rendiamo conto anche che nell'ordine morale della società, occupiamo posizioni simili al ladro, ruffiano, o guardone. Sappiamo che seppure uno ha la fortezza di un toro, ciò è per tener duro nel rimanere focalizzati in questo mondo. Esso ci dà milioni e milioni di immagini - distrazioni - tutto dice la stessa cosa nello stesso tempo: NON PENSARE. Se la tua fantasia e desiderio ti danno l'emicrania, come è facile dimenticarli quando c'è così tanto da vedere.

Le nostre creazioni muoiono rapidamente quando sono abbandonate in questo modo. Ci rendiamo conto che stiamo mangiando la nostra gioventù? Sembra che la passione che ci muove sia accompagnata da una voglia incredibile di schiacciarla. E così veloce come un fottuto riflesso - una risposta condizionata. E' un problema sessuale? Un qualcosa di puritano? La musica più intensa e convincente raggiunge un livello sessuale di espressione, ma ciò che noi normalmente sentiamo è frigidità e mollezza. E' veramente troppo facile per un artista 'socializzare ' i suoi desideri quando la vita gli dice che costruita di cartone è OK. Ti dovresti vergognare di te stesso! Qual è il tuo fottuto problema? Se non vieni fuori, prima o poi morirai dentro lì. Usa pezzi di te stesso. Fluidi corporei. Guarda a destra e a sinistra. Vaglia attraverso i beni artistici degli altri. Prendi in prestito. Ruba. E cerca di ottenere qualche sorta di piacere mentre lo stai facendo.

Questa eccitazione dovrebbe aumentare e intensificarsi quando visualizzi che essa si trova ad essere condivisa da un numero ragguardevole di persone. Pensaci. Se viene da dentro di te, è valida automaticamente – solo che può o non può essere valida. Perché se non è comunicata in qualche modo, il suo piacere è di così breve durata, come una scopata veloce nella stanza sul retro. Non vuol dire che è merda. Il lavoro di molti compositori è quello di costruire muri elaborati di suono - ma spesso ci dimentichiamo di una finestra o una porta per strisciare fuori. Come possiamo sopravvivere in queste piccole stanze intelligenti? Siamo costretti a mangiare la nostra creazione o moriremo di fame. A questo punto, abbiamo sentito quello che volevamo sentire - le nostre orecchie hanno chiuso. Ci siamo rassegnati come schiavi alla nostra stessa golosità.

Ma se noi abbiamo sprangato il nostro ambiente di apprendimento, la nostra unica via d'uscita è quella di insegnare ciò che sappiamo. Saranno in grado di ascoltare? Perché dovrebbero? Perché hanno bisogno di voi tanto quanto voi di loro. Tu puoi salvare loro dall' essere inghiottiti dal mondo - loro possono risparmiare te dall'essere inghiottito dal mondo. Musicisti giovani e meno giovani dovrebbero essere alla ricerca l'uno dell'altro e usarsi tutti e due. Essi dovrebbero sviluppare un sano scambio di oscenità - e imparare a indossare reciprocamente le maschere dell'altro. In questo tipo di ambiente, cose incredibili possono accadere. Musica può emergere che sia scattante e personale. Musica che sia ricca di contraddizioni - impossibilità. E questa è la merda che può sfidare la gravità.

ORIGINAL

HOW WE EAT OUR YOUNG By Mike Patton

If music is dying, musicians are killing it. Composers are the ones decomposing it. We are as responsible as anyone--although we'd love not to admit it. We lash out at "The Industry", blaming things like corporate structure for our shitty music--but we are the ones making it. We open the box they've given us and jump in, wrap ourselves up, and even lick the stamp. Why? Insecurity--the need for acceptance--maybe even money. We're not thinking about our music, just how it looks. One would rather have the warm tongue of a critic licking his asshole than the tongue of his spouse. It gives him a sense of validity and power. He seems to defy gravity.

Maybe it is because he doesn't know what the hell else to do. He sees it coming--but freezes with panic like a deer in the headlights. Don't laugh--I've done it and you probably have too. And it has undoubtedly effected out music. (But have we learned anything form it?) We know that we are mostly a lot of slobbering babies who need constant stroking. We realize also in the moral order of society, we occupy positions similar to the thief, pimp, or peeping tom. We know that even if one has the pride of a bull, it is hard enough just to remain focused in this world. It gives us milliona upon millions of images--distractions--all saying the same thing at the same time: DO NOT THINK. If your fantasy and desire give you migraines, how easy it is to forget them when there is so much to look at.

Our creations die quickly when abandoned like this. Do we realize that we are eating our young? It seems the passion that moves us is accompanied by an incredible urge to squash it. It is as quick as a fucking reflex--a conditioned response. It it a sexual problem? A puritanical one? The most intense and convincing music achieves a sexual level of expression, but what we normally feel is frigidity and limpness. It is just too easy for an artist to 'socialize' his desires when life tells him cardboard is OK. You should be ashamed of yourself! What is your fucking problem? If you don't come out, sooner or later you will die in there. Use chunks of yourself. Bodily fluids. Look left and right. Sift through others' belongings. Borrow. Steal. And try to achieve some sort of pleasure while doing it.

This excitement should increase and intensify when you visualize it being shared by a number of people. Think about it. If it comes from inside you, it is automatically valid--it just may or may not be good. Because if it is not communicating in some way, its pleasure is as short-lived as a quick fuck in the back room. It doesn't mean shit. The labor of many composers is to construct elaborate walls of sound--but we often forget to leave a window or door to crawl out of. ow can we survive in these clever little rooms? We must eat our creation or we will starve. At this point, we have heard what we wanted to hear--our ears have shut down. We've resigned as slaves to our own gluttony.

But if we have boarded up our learning environment, our only way out is to teach what we know. Will they listen? Why should they? Because they need you as much as you need them. You can save them from being swallowed up by the world--they can save you from being swallowed up by the world. Young and old players should be seeking each other out and using each other. They should develope a healthy exchange of smut--and learn to wear each other's masks. In this kind of environment, incredible things can happen. Music can emerge that is athletic and personal. Music that is riddled with contradictions--impossibilities. And that is the shit that can defy gravity.

venerdì 17 maggio 2013

Un grande libro.


"Mezz’ora prima del calcio d’inizio Peter (il fidato collaboratore di Clough, ndr) irrompe nello spogliatoio rosso in faccia gridando: “Haller, la loro riserva, è di nuovo nello spogliatoio di quel cazzo di arbitro. L’ho appena visto entrare. E’ già la seconda volta, e parlano in fottuto crucco”. “Lascia perdere” – gli dico – potrebbe essere qualsiasi cosa”. “Col cazzo – grida Pete – Haller è un tedesco di merda e lo è anche quel cazzo di arbitro, Schulenberg. Non è giusto. Te lo dico lo, stanno tramando qualcosa”. “Lascia perdere – gli dico un’altra volta – pensiamo alla partita e al gioco”. Semifinale di andata della Coppa dei campioni, 11 aprile 1973. Lo stadio Comunale, le bandiere bianconere di 72.000 tifosi della Juventus, la Vecchia Signora in persona, in bianco e nero: Zoff, Spinosi, Marchetti, Furino, Morini, Salvadore, Causio, Cuccureddu, Anastasi, Capello e Altafini. “Sporchi, sporchi bastardi” sta dicendo Pete. Lo sta dicendo prima ancora che ci sediamo in panchina, prima ancora che si sia giocato un solo pallone. Per i primi 20 minuti incassiamo le entrate in ritardo, le magliette tirate, le astuzie di ogni genere. Non fanno che buttarsi a terra sotto gli occhi dell’arbitro, cazzo. Le ostruzioni, gli sgambetti, le trattenute. “Sporchi simulatori, truffatori, bastardi italiani del cazzo”. Poi Furino mette un gomito in faccia a Gemmil. Archie reagisce, appena leggermente, ed ecco che Gemmil finisce sul taccuino dell’arbitro. “Vaffanculo, arbitro! – urla Pete – e quello stronzo di Furino?”. Roy Mc Farland salta per contendere un pallone alto a Cuccureddu. Le teste di Mc Farland e Cuccureddu si scontrano. Mc Farland, il nostro capitano, viene ammonito.“ Per cosa? Per cosa, cazzo? Per un cazzo di niente. Niente!”. Gemmil ammonito. Per niente. Mc Farland ammonito. Per niente. Da quel culo rotto del loro amico arbitro crucco del cazzo. Con Gemmil e Mc Farland diffidati nel turno precedente, questa è proprio la cosa che volevi evitare. Adesso i due nostri uomini più importanti saranno squalificati per il ritorno, proprio la cosa che volevi evitare.“E loro lo sapevano, lo sapevano eccome, cazzo!”. Pete aveva visto giusto.Altafini porta la Juve in vantaggio, ma poi pareggia Hector. 1 a 1 ! Salvadore e Morini battuti, Zoff con il culo per terra, e lo stadio Comunale ammutolito, le bandiere bianconere afflosciate. Si va all’intervallo.Haller, la riserva, si alza dalla loro panchina e scende nel tunnel assieme a Schulenberg, l’arbitro. “Guarda là – dice Pete – si può essere sfacciati così?”. E poi corre giù dal tunnel dietro di loro. “Scusatemi signori – grida – io parlo tedesco. Vi dispiace se ascolto?”. Ma Haller inizia a colpire Pete nelle costole, chiamando a gran voce gli addetti alla sicurezza, che spingono Pete contro il muro del tunnel e lo tengono fermo lì. Io non posso intervenire, cerco di fare in modo che la squadra non sia coinvolta nel parapiglia, entro con i giocatori nello spogliatoio, è qui che mi guadagno da vivere. “Questa è gente da terza divisione – dico alla squadra – basta che manteniate la calma”. Ma è qui che le cose vanno storte, pensando a Pete contro il muro. Pete immobilizzato, Pete che ha perso la calma. Difendersi sull’ 1 a 1? Attaccare sull’ 1 a 1? Ma il Derby County non si difende ne attacca. Hanno tutti perso la calma. Fino a quando Roger Davies esplode e dà una testata a Morini. Espulso. Segnano Causio e Altafini, finisce 3 a 1 per loro, ed ecco le loro bandiere sventolare. Bianconere. Fottutamente bianconere. I truffatori non dovrebbero vincere mai. “Maledetti bastardi truffatori” – grido ai loro giornalisti – non parlo con dei bastardi truffatori!”. Ma ormai è tardi (ora Clough parla a se stesso ndr) sei fuori dalla coppa. Odi la Juventus. Odi la Vecchia Fottuta Signora di Torino. La Puttana d’Europa. Ricorderai il suo fetore, il suo tanfo, lo ricorderò per il resto dei tuoi giorni. Il fetore della corruzione, il tanfo del marciume. La fine di ogni bene, l’inizio di ogni male. Non ti consola che la Juve venga poi battuta 1 a 0 dall’Ajax nella finale di Belgrado. Non ti consola che l’arbitro portoghese, Francisco Lobo, racconti all’Uefa del tentativo di corromperlo, dell’offerta di 5000 dollari e una Fiat che ha ricevuto per farli vincere la partita di ritorno. Non ti consola che cinque anni fa perdevate in casa contro l’Hull City davanti a 15.000 persone, sedicesimi in seconda divisione. Non ti consola un cazzo di niente. Non può esserci consolazione. La Juventus vi ha steso e derubato, la Vecchia Puttana vi ha sottratto con l’imbroglio al vostro destino, la Coppa dei campioni. Questi episodi saranno sempre con te, non ti lasceranno mai. Ancora ti perseguitano e ti braccano, e ti braccheranno per sempre. La fine di ogni bene, l’inizio di ogni male.

Torino, Italia, aprile 1973 ” (Il Maledetto United, Brian Clough)